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Le listeriosi umana

La listeriosi umana presenta  tassi di mortalità che possono arrivare fino al 30-40% dei soggetti colpiti, valore che supera quello di altri agenti di malattia alimentare come Salmonella spp. e che si avvicina a quelli di Clostridium botulinum (i cui tassi di mortalità possono andare dal 20-30% fino al 70-80% delle persone colpite). A differenza del botulismo, però, la listeriosi è una malattia alimentare piuttosto frequente: si stima che la sua incidenza tra la popolazione sia di circa 0,7-1 caso/100.000 abitanti se si prendono in considerazione le persone in normali condizioni di salute (soggetti immunocompetenti). Tuttavia, la probabilità di contrarre l’infezione dagli alimenti è tre volte maggiore per le persone con più di 70 anni di età e sale a oltre 17 volte per le donne in gravidanza e i soggetti con compromissione delle difese immunitarie (Siegman-Igra et al., 2002). Nella stragrande maggioranza dei casi, la listeriosi umana è di origine alimentare; la disparità tra numero di Listerie che si isolano dagli alimenti e la frequenza della listeriosi è attribuibile al fatto che le persone immunocompetenti posseggono nel loro intestino linfociti attivi che sono per lo più in grado di inattivare il batterio, per cui la maggior parte degli individui verosimilmente assume Listerie con gli alimenti, ma non ne patisce alcuna conseguenza oppure  manifesta qualche fugace sintomo enterico di breve durata, tale da non permettere al paziente stesso ed al medico di sospettare la listeriosi (Hof, 2003). La listeriosi, oltre che per via alimentare, può essere contratta dall’uomo anche per via diretta (McLauchlin, 1996) : per contatto con animali infetti o materiali da essi derivati, ma si tratta di un’evenienza rara, per infezione crociata durante il periodo neonatale in ospedale, per infezione da parto del personale ostetrico che assiste la partoriente, visto che il liquido amniotico e il canale del parto possono contenere a volte cariche elevatissime del batterio. Nel primo e nel terzo caso la listeriosi assume i connotati di una “malattia professionale”, cui possono essere esposte persone che lavorano in determinate categorie a rischio, quali medici, veterinari e personale infermieristico. Queste forme di listeriosi, tuttavia, rivestono un’importanza relativa, visto che la grande maggioranza degli episodi infettivi che si registrano ogni anno è da attribuire proprio al consumo di alimenti contaminati.
La listeriosi può manifestarsi:  in soggetti immunocompetenti, con una forma di gastroenterite relativamente benigna, con dolori addominali, diarrea, febbre e allucinazioni. L’incubazione per lo più è breve (12-48 ore) e il decorso clinico si esaurisce in genere in pochi giorni. Proprio in Italia, Salamina e coll. (1996) hanno descritto un episodio di gastroenterite che ha interessato un gruppo di 39 persone che avevano partecipato a una cena privata, tutte adulte e non appartenenti a categorie a rischio. Di essi, 18 (il 46% dei presenti) presentarono sintomi di malessere, per lo più di natura gastroenterica e con breve periodo di incubazione; 4 furono ricoverati in ospedale con gastroenterite acuta e febbre e da 2 di essi si riuscì a isolare L. monocytogenes dal sangue. Il batterio fu isolato dagli avanzi di un’insalata di riso, dal frigorifero di casa e da un frullatore; tutti i ceppi isolati erano del medesimo sierotipo (1/2b). Il caso documenta il fatto che L. monocytogenes può causare malattia anche in soggetti immunocompetenti e con una “percentuale di attacco” (attack rate) decisamente elevata (56%), il che denota la notevole virulenza del microrganismo  nelle donne in gravidanza e in soggetti “immunocompromessi” (neonati e infanti, anziani oltre i 70 anni, adulti affetti da patologia cronica debilitante come diabete mellito, patologie del fegato, insufficienza renale) con una forma invasiva, caratterizzata da aborto, natimortalità, setticemia, meningoencefalite (Vásquez-Boland et al., 2001).
Il periodo di incubazione può arrivare sino ad un massimo di 70-90 giorni nei casi di aborto e natimortalità.
Il germe entra nell’organismo per via digerente, con l’alimento inquinato. Il primo organo bersaglio è il fegato, nel quale le Listerie migrano e si insediano (Vásquez-Boland et al., 2001). Nel fegato si moltiplicano attivamente e l’infezione è tenuta sotto controllo non dagli anticorpi (che si accumulano nel sangue e nella linfa e non riescono a raggiungere il batterio), ma da una risposta cellulo-mediata. Questa prima fase della listeriosi decorre in forma subclinica e soltanto in alcuni casi l’equilibrio tra il batterio annidato nel fegato e le resistenze immunitarie dell’ospite si spezza e si manifesta la forma clinica evidente. Il batterio diffonde nel sangue e raggiunge vari organi, che colonizza rapidamente. Grazie alla sua invasività, riesce a superare anche la placenta e la barriera emato-encefalica, ma la colonizzazione può richiedere al batterio più giorni o settimane (Vásquez-Boland et al., 2001). Ciò giustifica il lungo periodo di incubazione di queste forme di listeriosi, che può oscillare da 1-2 giorni fino ai tre mesi (90 giorni). La capacità di diffondere in modo subdolo e clinicamente silente in un organo, giustifica da un lato la colonizzazione del feto, nella donna in gravidanza, con conseguente pericolo di aborto o natimortalità e, dall’altro, gli episodi  di meningite, encefalite o meningoencefalite che sovente hanno esito fatale per il paziente; è in questa forma sistemica che la listeriosi può fare segnare quei tassi di mortalità (30-40% dei colpiti) che la avvicinano pericolosamente al botulismo.Questa diversità di quadri clinici potrebbe spiegare la discrepanza tra la ridotta incidenza dei casi di listeriosi segnalati dalle autorità mediche e il frequente riscontro di L. monocytogenes negli alimenti, apparentemente non associato allo sviluppo della malattia. Una parte di casi di listeriosi potrebbe sfuggire al riconoscimento dei medici, sia per la caratteristica autolimitante della forma clinica digestiva che raramente richiede il ricorso all’ospedalizzazione, sia al fatto che raramente L. monocytogenes viene inserita nel piano diagnostico differenziale in corso di patologia gastro-intestinale.
Per quanto riguarda la distribuzione geografica della listeriosi, la quasi totalità degli episodi morbosi è tuttora segnalata nei paesi industrializzati della sfera occidentale, mentre non si hanno che pochissimi dati sulla diffusione del microrganismo e della malattia nel continente africano, nei paesi asiatici e nell’America del Sud. Non è stato ancora possibile accertare se quest’estrema carenza di dati epidemiologici sia da attribuire alle differenti abitudini alimentari delle popolazioni, alla diversa sensibilità delle persone all’infezione oppure alla semplice mancanza di strutture sanitarie in grado di diagnosticare gli episodi di listeriosi.